La notizia è fresca di stampa, la riporta il Corriere della Sera di Roma e recita “Truffa al Parco dei Simbruini, indagati 51 dipendenti su 75. Secondo l’accusa timbravano il cartellino e poi andavano al supermercato o ad accompagnare i figli a scuola.
Per il cittadino romano questa non è una novità. Al di là di quello che succederà nelle aule giudiziarie con i relativi provvedimenti, mi capita tutti i giorni,a me come alla maggior parte dei romani,di telefonare ad un ufficio pubblico e di sentire squillare libero o ascoltare il trillo del fax.
Personalmente quando chiamo la Regione Lazio, la Provincia di Roma, la Prefettura, la Questura, il commissariato ed altri enti molto spesso ho la spiacevole e fastidiosa mancata risposta del burocrate “fuori stanza” che non risponde e per il quale la tua pratica non ha nessun peso e nessuna importanza.
Lo stato ingiusto e opprimente si presenta quasi sempre con regolare e sconfortante monotonia quando a Roma devi rinnovare il tuo porto d’armi, chiedere una licenza commerciale, avviare una nuova impresa per avere un reddito o anche più semplicemente fare cose inutili (vedi il perfido tesserino venatorio modello battaglia navale) imposto da regole stupide e cervellotiche.
Roma è la città del “fancazzismo”, definizione geniale di Filippo Romainviato delle Iene che ha documentato la truffa dei dipendenti comunali che timbrano ed escono in orario di servizio creando evidente disagio dei cittadini utenti e contro i quali la percezione di rabbia impotente cresce ogni giorno. A Roma se “nun c’hai n’amico” sei un desperado,costretto ad aggiranti per uffici pubblici come un guitto per ore, mesi, anni.
Roma è un comune con circa 61.000 dipendenti tra i diretti e quelli delle municipalizzate, un ente in perenne fallimento, dove l’AMA che ci obbliga alla raccolta differenziata con 28 pagine di istruzione ha 75 consulenti che più o meno prendono anche 200.000 euro a testa all’anno.

Tornando alla notizia, altre volte ho scritto del Sistema parchi e riserve naturali del Lazio, documentando inefficienze e protervie e di come tale sistema sia stato creato per rispondere a politiche di assunzioni clientelari e non per vere esigenze di conservazione e tutela ambientale.
C’è di tutto nei “santuari” della natura laziali tutelati da un sistema di quasi mille dipendenti pubblici: inquinamento, discariche abusive, abusivismo edilizio, incendi boschivi, bracconaggio professionale, uso abusivo di zone demaniali e tanto altro ancora.
C’è tutto quello che esiste nel territorio non tutelato e che in un area protetta non dovrebbe esistere per definizione e statuto. Ci sono poche persone a guardia di tanto territorio e moltissimi amministrativi inutili, in sintonia con ciò che succede all’ATAC dove su 7.800 dipendenti circa ci sono 100 controllori dei biglietti con una azienda che incassa uno sproposito in meno rispetto alle consorelle di Londra e Parigi. Atac nella quale ci sono mille assenti ingiustificati al giorno.
Colpisce tra l’altro che il Parco dove si sarebbero svolti i fatti, quello dei Simbruini, è senz’altro di gran lunga il più virtuoso, essendo l’unica area protetta che, seppure con un ritardo notevole. in quanto istituita nel 1993, ha reintrodotto il Cervo Europeo a partire dal 2009, e recentemente il capriolo.
E’ anche evidente la sproporzione tra territori e dipendenti:75 dipendenti nei Simbruini per un territorio di 30.000 ettari mentre il Parco dell’Appia antica di 3400 ettari ne ha 44 e sono 19(!!) per i 700 ettari della riserva Naturale di Nazzano-Tevere Farfa ( cfr http://www.teverefarfa.it/ente-di-gestione/organizzazione-interna.html).,
Quest’ultima, Nazzano, mi fa pensare al disastro economico che produrrebbe a se stesso in pochi mesi un concessionario di AFV se assumesse per gestire un territorio di uguale ettaraggio gli stessi dipendenti della riserva naturale: provate a pensare di assumere 19 dipendenti con ufficio auto, rimborsi semplicemente per “guardare” la vostra azienda con 5 guardiaccia e 14 amministrativi

Per anni ed ancora adesso l’ambientalista-animalista italiano medio ha frastornato l’opinione pubblica con la sua superiorità morale equiparando i palazzinari e gli inquinatori ai cacciatori ed ha proposto il parco come modello di sviluppo economico sostenibile e moralmente superiore a tutti gli immorali cattivi che congiurano contro i buoni.
Qualcuno strombazza ancora le note stonate dell’economia verde, l’economia buona e giusta contro quella cattiva. Ci vorrebbe convincere che i parchi muovono l’economia in modo tangibile quando ci siamo accorti da tanto tempo che anche questo sistema made in Italy è spesa e spreco pubblico improduttivo alla faccia dello sviluppo ecosostenibile.
Costoro non ci hanno ancora detto che l’economia verde buona e giusta è gestita da fondazioni e da aziende che hanno od avevano nei consigli di amministrazione i cattivi banchieri, i razziatori della banda dei fiaschi o delle centrali a carbone in fallimento, ha avuto come sponda e come compari e sodali tanti ministri e politici di molti colori che andavano a cene eleganti o a feste della cultura del tortellino e che dormicchiavano su Ilva, terra dei fuochi, autostrade radioattive, sversamenti vari a Marghera, Taranto, Brindisi Brescia, Colleferro(Roma) e tanto altro dolore ancora.

Ma oramai il sistema è alla frutta e sarà sempre più difficile alla lobby ambientalista giustificare i biologi-dirigenti illuminati che dettano legge ad agricoltori, allevatori ed alle popolazioni locali in nome di un tornaconto che spesso è solo personale e danneggia interessi legittimi di coloro che nei parchi ci vivono. La 394 sembra sia prossima ad un profondo ripensamento riformatore ed il testo approvato in commissione al Senato ristabilisce anche l’importanza delle comunità locali nei processi di governo dei parchi, lasciati finora ad ”intellighenzie” animaliste che preferiscono la cultura del rimborso a spese dello Stato (con i soldi che non ci sono più) a quella della gestione delle popolazioni di fauna selvatica.

Il cinghiale, tanto per per citare la specie simbolo dello squilibrio faunistico, dovrà divenire una risorsa per la filiera alimentare non un problema e chi lo ha fatto diventare tale è ora che se ne vada a casa a parlare di ambientalismo e di animalismo solo sui social network.
.Per tutti c’è un redde rationem e la crisi economica ci ha indicato chiaramente dove sono i mali italiani ed è chiaro a tutti quali siano le soluzioni da adottare.

 

Alessandro Pani

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